Claudio Ceradini sul Sole 24 Ore – Le nuove frontiere del risanamento. Lo scenario attuale e le Procedure di Alle

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E’ in arrivo una delle riforme della disciplina della crisi di impresa più radicali, perlomeno nelle aspettative, finalizzata a correggere quello che nei più recenti interventi non ha, alla resa dei conti, funzionato. Facciamo il punto sul quadro di fondo in cui si innesta, per tentare una valutazione sugli elementi di maggiore novità in arrivo.

Nel 2012 (DL. 83/2012) si tentò un’operazione che abbiamo tutti apprezzato, costituita dal potenziamento dell’istituto del concordato preventivo. L’idea era farne uno strumento adatto alla gestione tempestiva della crisi, secondo un approccio, l’unico possibile, cosiddetto early-stage. Nuova e potenziata era la struttura del concordato, nuovissima la possibilità di prenotazione, dotata di potenti misure di protezione del patrimonio. Si introdusse all’epoca anche un nuovo strumento, privatistico, l’accordo di ristrutturazione del debito. Tutto molto bello in teoria, ma la realtà ha poi inesorabilmente sentenziato lo scarso successo del tentativo. Lo si deduce da molte indicazioni, a partire da quanto evidenziato dall’”Osservatorio su fallimenti, procedure e chiusure di imprese” (CERVED, 2015) che traccia il quadro dell’utilizzo dello strumento concordatario, di certo non confortante. Calano le società che chiudono, ed è un fatto certamente positivo, e pare aver trovato fine anche la corsa al rialzo del numero dei fallimenti. Nel 2015 “si contano 96 mila chiusure, in calo del 5,6% rispetto alle 102mila dell’anno precedente e al picco toccato nel 2013 (108mila). Per la prima volta dal 2010, il numero di chiusure è sceso sotto la soglia di 100 mila.” Il dato però che interessa qui è la più che proporzionale, rispetto al trend, riduzione del ricorso alle procedure non fallimentari. Sono in tutto 2,5 mila, di per se poche rispetto al numero dei fallimenti, ed in ogni caso in calo del 15% rispetto all’anno precedente. Calano in modo particolare proprio i concordati preventivi, piuttosto costante invece l’utilizzo degli altri strumenti negoziali, su livelli non lontani da quelli del 2014.

Due dati appaiono piuttosto chiari. Il ricorso a strumenti concorsuali diversi dal fallimento, o a quelli meta-concorsuali, è numericamente molto inferiore rispetto ai casi di fallimento. Troppo spesso le aziende giungono ad uno stato di decozione irreversibile prima di decidere di affrontare i loro problemi. In più, lo strumento concepito e disciplinato per la gestione precoce della crisi cala moltissimo nel suo utilizzo. La sensazione è che in questo campo molto abbiamo da imparare e da fare, sia dal punto di vista normativo, che anche manageriale e professionale.

La conferma arriva da uno studio di Banca d’Italia del marzo 2016 (“Il concordato preventivo in Italia: una valutazione delle riforme e del suo utilizzo”). Lo studio circostanzia le conclusioni già raggiunte in termini di utilizzo dell’istituto del concordato, verificando come dal 2005 al 2012 sia cresciuto, grazie al meccanismo prenotativo introdotto, dal 2% al 15%, per poi calare verticalmente quando quello stesso meccanismo fu ridimensionato con il D.L. 69/2013. Banca d’Italia aggiunge un ulteriore elemento informativo, estremamente importante: ricorrono al concordato le aziende medio grandi, molto meno quelle piccole. In termini di attivo di bilancio nel biennio 2012 – 2014 il peso delle società che hanno fatto ricorso al concordato è quasi il 40% del totale, mentre numericamente non arriva al 10%. Probabilmente per tempi della procedura, costi, e predisposizione al confronto degli interlocutori, lo strumento meglio si adatta a realtà significative. Ed in realtà è un problema in più da risolvere in un paese come l’Italia in cui dall’ultimo censimento solo lo 0,05% delle imprese è medio grande, dovendosi quindi concludere che nei fatti la grande platea delle imprese in crisi non dispone di strumenti efficaci.

Lo scenario dell crisi d’impresa include poi un secondo elemento da non trascurare, e cioè l’attitudine delle imprese a ritrovare, pur adottando uno strumento concorsuale o negoziale di risanamento, redditività, equilibrio e solidità sul mercato. Sul punto già CERVED ha inquadrato efficacemente il fenomeno, quantificando in meno del 13% per cento i casi in cui società che abbiano con successo introdotto e perfezionato uno degli strumenti di risanamento, rimangono sul mercato dopo 36 mesi. Nell’altro 87 per cento dei casi il problema non è stato evidentemente lo strumento, ma la gestione, che non ha trovato la via per tornare alla redditività. Sullo stesso tema, indicazione anche più dettagliata e recente proviene da Banca d’Italia. In uno studio evidenzia che prima della riforma (anni 2006-2007) solo il 4,4% delle società italiane che avevano adottato pur con successo la strada del concordato, dopo sei anni erano ancora operative sul mercato. Intendiamoci, la mortalità in queste circostanze era ed è alta un po’ dappertutto, anche dove la storicità dell’adozione di certi modelli di risanamento conta una tradizione ben più consolidata che in Italia. La distanza però pareva quasi abissale. Negli Stati Uniti circa due terzi delle società che ricorrono alle procedure del Chapter 11, devono poi convertire l’approccio ed accedere alla liquidazione disciplinata dal Chapter 7. Significa che un terzo, e cioè il 33% delle imprese sopravvive, contro il nostro 4,4%. L’intervento della riforma, anzi delle riforme che si sono susseguite dal 2006 (D.L. 35/2005) in poi ha migliorato, ma solo di poco, la situazione. Il dato di partenza è che prima delle riforme solo il 2% delle società in crisi accedeva al concordato, e di queste solo il 5% rimaneva sul mercato dopo sei anni (in pratica 1 su 1.000 ce la fa). Le riforme hanno certamente favorito l’adozione del concordato, perlomeno sino al suo declino dopo il 2013, con un tasso di adesione che è cresciuto di 8.5 punti percentuali (dal 2% al 10.5%). La diversa struttura delle procedure e le diverse opzioni offerte dalle riforme hanno certamente favorito anche la continuità, prima ancorata al 5% di coloro i quali accedevano al concordato, e successivamente migliorata ad un livello compreso tra l’8,5% ed il 14.3%. Con il medesimo esempio, per ogni mille aziende, dopo sei anni ne sopravvivono tra 9 e 15, molto meglio di 1, ma ancora molto poco.

Questo lo scenario, lo sfondo sul quale si misurerà l’intervento veramente riformatore che in questi mesi sta trovando forma, nel lavoro della Commissione Rordorf prima, e del Governo poi.

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